Domini di primo, secondo e terzo livello

Per un periodo ho avuto in carrello matteotartero.me.

Non ricordo esattamente quanto ci sia rimasto, settimane forse, magari un paio di mesi, ma ricordo bene la sensazione: era un dominio che mi piaceva, breve, originale, “pensato”. Quel .me mi sembrava perfetto per un freelance, un gioco di parole con il mio nome di cui andavo fiero. Poi ho cominciato a chiedermi cosa avrebbe pensato un cliente nel ricevere una mail da info@matteotartero.me, e la risposta che mi davo era sempre la stessa: spam. O finto. O, nella migliore delle ipotesi, “che strano”. Ho chiuso il carrello e ho preso il .it, senza nemmeno pensarci troppo, perché certi dubbi non si risolvono ma si scansano.

E poi c’è il www. Lo so che oggi va di moda toglierlo, lo so che si scrive meno e si legge prima, ma a me piace. Mi piace come si vede sui biglietti da visita, mi piace come suona quando lo detto al telefono (“doppia vu, doppia vu, doppia vu, punto…”), e mi piace soprattutto perché è un retaggio degli anni ’90 che rispetto. Il www era il sottodominio che indicava il “World Wide Web” su un server che magari ospitava anche ftp., mail., news., pezzi di Internet che oggi non ci sono più. È un fossile, ma un fossile che mi tengo volentieri.

Tutto questo per dire una cosa: scegliere un dominio non è un’operazione tecnica, è una scelta che ti porti dietro per anni. Quando un cliente mi chiede “Matteo, prendo il .com o il .it?”, la risposta vera non è quella tecnica, perché quella te la do in trenta secondi. La risposta vera è “dipende da chi vuoi essere”. Ma andiamo per gradi.

Si legge da destra a sinistra

Prendi www.matteotartero.it. L’istinto è leggerlo come fa l’occhio, da sinistra a destra, con www come prima parte e .it come ultima. Sbagliato. I livelli di dominio si contano dalla coda, quindi .it è il primo livello, matteotartero è il secondo, e www è il terzo (cioè un sottodominio).

Lo so che è controintuitivo. La prima volta che me l’hanno spiegato ho dovuto rileggere due volte, e ancora oggi quando lo racconto vedo gente fare quella faccia tipo “ma sei sicuro?”. Sì, sono sicuro. È così perché il sistema dei nomi a dominio (il DNS) costruisce la gerarchia partendo dalla “radice”, il punto finale che nessuno scrive ma che teoricamente esiste, e scendendo verso i sottoinsiemi. Il .it contiene tutti i siti italiani, dentro .it c’è matteotartero, e dentro matteotartero.it c’è il sottodominio www. Funziona come un indirizzo postale al contrario: prima la nazione, poi la città, poi la via.

Una volta che hai questa cosa in testa, tutto il resto fila.

Il primo livello, l’estensione

L’estensione è la firma del dominio, la parte che dice da dove vieni e in qualche modo chi sei. Si dividono in due grandi famiglie. I ccTLD (country code Top-Level Domain) identificano un paese, come .it, .de, .fr, .uk, .es, e ogni paese gestisce il proprio attraverso un’autorità di registrazione (in Italia è il Registro .it, gestito dal CNR di Pisa). I gTLD (generic Top-Level Domain) sono quelli senza paese: .com, .net, .org, e poi una marea di estensioni nuove arrivate negli ultimi dieci anni come .design, .shop, .app, .pizza, .guru. Sì, esiste .guru, esiste anche .wtf, e ne esistono più di 1500. Questo dovrebbe già farti capire quanto sia diventato un mercato.

.com o .it?

Te la do netta: se lavori in Italia per il mercato italiano, prendi il .it. Se lavori (o pensi di lavorare seriamente) all’estero, prendi il .com. Se puoi spendere dieci euro in più, prendili entrambi e fai redirect.

Il motivo non è di immagine ma di posizionamento. Il .it geolocalizza automaticamente in Italia, quindi Google sa che il sito si rivolge a un pubblico italiano e lo posiziona di conseguenza nelle ricerche locali. Il .com è neutro, e va geolocalizzato manualmente in Search Console se vuoi targettizzare un paese specifico. È una differenza concreta, non una sottigliezza accademica.

Sui TLD “creativi” come .design, .studio, .me (proprio quello che avevo io in carrello) il mio consiglio è di lasciarli stare, soprattutto se vendi servizi. Non perché siano sbagliati in sé, ma perché il cliente medio italiano non si fida. È irrazionale, lo so, ma è così. Il tuo .design figo lo capisce un altro web designer; il commercialista, il dentista, l’idraulico che cercano qualcuno che gli faccia il sito vedranno un’estensione strana e penseranno “non è un sito vero”. L’eccezione è quando il TLD fa parte del nome in modo elegante (del.icio.us ai tempi, dribbb.le), ma quasi mai vale la pena.

Sul .eu, .org, .net, per attività commerciali italiane non li consiglio. Non aggiungono niente al .it e creano solo confusione su quale sia “il vero” sito.

Il secondo livello, il nome

Il dominio di secondo livello è il nome vero, quello che le persone ricorderanno, scriveranno male, e chiederanno di nuovo perché l’hanno dimenticato. È la cosa più importante di tutto il dominio, ed è quella su cui faccio passare più tempo ai clienti quando li aiuto a sceglierlo. Tre regole che applico sempre.

La prima è il nome dell’azienda, o nome+cognome se sei freelance. È la scelta sicura, è quella che ti rappresenta, ed è quella di cui non ti pentirai fra cinque anni quando deciderai di aggiungere un nuovo servizio. Io sono matteotartero.it, non webdesignerseo.it, non sitiwebprofessionali.it. Mi rappresenta, è breve, e cresce con me. Se domani decido di occuparmi solo di SEO, o solo di e-commerce, il dominio resta valido. Un dominio “categoria + città” no.

La seconda è che corto è meglio. Sotto i 15 caratteri se possibile. Più è lungo più è difficile da scrivere senza errori, da dettare al telefono, da stampare su un biglietto da visita senza che vada a capo male. C’è chi compra studiograficopubblicitarioavanzatoroma.it e poi si chiede perché nessuno digita l’indirizzo direttamente.

La terza è niente trattini, niente numeri. idraulico-milano-2024.it è una sciagura su tutti i fronti, perché non si detta (“trattino, milano, trattino, due-zero-due-quattro”), si scrive male, e profuma di SEO d’altri tempi. Lascia perdere.

Il caso degli “exact match domain”

C’è ancora chi mi chiede se conviene prendere idraulicomilano.it per posizionarsi sulla keyword “idraulico Milano”. I domini con la keyword esatta (gli EMD, in gergo) hanno avuto il loro momento d’oro fino al 2012, quando Google ha rilasciato un aggiornamento specifico per ridurne il peso nei ranking. Oggi un piccolo segnale di rilevanza esiste ancora, ma è marginale, e ci sono due controindicazioni serie: limiti il tuo brand a un solo settore o città (e se domani ti espandi?), e comunichi al cliente “io sono solo questo” invece di “io sono questo brand che fa anche questo”. La mia opinione netta è di lasciare perdere gli EMD, costruire un brand vero, e posizionarlo con SEO seria.

Il terzo livello, il sottodominio

Eccoci al www. Il dominio di terzo livello (o sottodominio) è quello che precede il secondo livello, separato da un punto. www.matteotartero.it, blog.miosito.it, shop.azienda.it. A differenza del primo e del secondo livello, il sottodominio non è obbligatorio: un sito può tranquillamente vivere senza, e tecnicamente puoi crearne quanti ne vuoi.

Il www usarlo o no

Funziona uguale. Se digiti matteotartero.it o www.matteotartero.it arrivi nello stesso posto, perché il server è configurato per fare il redirect da una versione all’altra. La scelta su quale usare come “principale” è puramente estetica e, come ho detto sopra, io sto ancora con il www. Mi piace così.

L’unica regola vera è di sceglierne una e fare redirect dall’altra. Avere il sito raggiungibile da entrambe le versioni senza un canonico chiaro è un guaio SEO certo, perché Google le vede come due siti distinti con contenuto duplicato. Quale delle due, scegli tu, ma scegli.

Sottodominio o sottocartella per il blog?

Questa è la domanda che mi fanno più spesso, e merita una risposta seria.

Hai un sito aziendale azienda.it e vuoi aprirci un blog. Le opzioni sono due: sottodominio (blog.azienda.it) o sottocartella (azienda.it/blog). Tecnicamente sono entrambe valide, SEO-parlando no. Google considera il sottodominio come un sito separato, il che significa che blog.azienda.it deve costruirsi la propria autorità da zero, e tutti i link in entrata che riceve aiutano lui ma non il sito principale. È come avere due fratelli che lavorano in proprio: ognuno ha il suo curriculum. La sottocartella, invece, è parte integrante del dominio principale, e tutto quello che pubblichi lì contribuisce all’autorità complessiva del sito (e viceversa).

La regola pratica è semplice: se il blog è parte della stessa attività, sottocartella sempre. Il sottodominio ha senso solo se il blog è un progetto sostanzialmente diverso, con target diverso, obiettivi diversi, contenuti che non c’entrano col business principale. È il caso minoritario.

Sottodomini per gli ambienti di sviluppo

Una cosa che faccio sempre quando costruisco un sito per un cliente è di metterlo online prima su un sottodominio temporaneo, tipo nuovosito.dominiocliente.it o staging.dominiocliente.it. Serve a mostrare il sito al cliente prima del lancio, fare gli ultimi aggiustamenti, testare la migrazione.

Importante: un sottodominio di staging va sempre messo in noindex, altrimenti finisce nell’indice di Google e diventa un duplicato del sito principale. È un errore che ho visto fare anche da chi lavora nel settore da anni, e ti ritrovi su Google due versioni dello stesso sito che si fanno concorrenza tra loro. Brutta storia.

Quanto costa, davvero

Sintesi rapida con prezzi medi 2025, validi per registrar italiani seri (no aste, no domini premium):

  • .it: 8-12 €/anno
  • .com: 10-15 €/anno
  • .net, .org: 12-18 €/anno
  • .eu: 8-12 €/anno
  • .design, .studio, .shop: 30-50 €/anno
  • .io, .ai: 50-80 €/anno (ma questi prezzi ballano molto, attenzione)

I “primi anni gratis” o “dominio a 1 €” sono specchietti per le allodole, perché dal secondo anno paghi a prezzo pieno (a volte gonfiato), e l’azione di sganciarti da quel registrar (il famoso transfer) è una rogna. Meglio pagare i 10 euro pieni dal primo anno con un registrar serio, e dormire sonni tranquilli.

Una raccomandazione che vale tutto il resto messo insieme: registra il dominio a tuo nome. Non a nome del web designer, non a nome dell’agenzia, non a nome del cugino che “se ne intende di computer”. Ho visto troppi clienti scoprire dopo anni che non avevano il controllo del proprio dominio, e dover fare carte e telefonate per recuperarlo. Se lo registri tu ottimo, se lo fa un professionista controlla che tu sia il “registrante” (registrant) e non solo il “contatto amministrativo”. È un dettaglio che fa la differenza.

Domande veloci

Posso cambiare estensione dopo aver registrato un dominio? No, l’estensione è fissa. Puoi però registrare il nome con un’altra estensione e fare redirect.

Quanto dura una registrazione? Di base un anno, rinnovabile, ma puoi registrare anche per più anni in anticipo (fino a dieci di solito), e Google considera leggermente più affidabili i domini registrati a lungo termine. Imposta sempre il rinnovo automatico.

Cosa succede se non rinnovo? Hai un periodo di grazia, di solito 30 giorni, in cui puoi rinnovare a prezzo standard. Dopo, il dominio entra in fase di “redemption” con costi alti (anche 100-200 €). Dopo ancora torna disponibile per chiunque, e ci sono software che monitorano i domini in scadenza per riacquistarli al volo. Non lasciare scadere un dominio che ti serve.

Cambiare dominio rovina la SEO? Sì, se non gestito bene. Se è inevitabile (rebranding, fusione, riposizionamento) serve una migrazione fatta a regola d’arte: redirect 301 pagina-per-pagina, aggiornamento Search Console, ricostruzione dei backlink. È un lavoro che richiede settimane di pianificazione, non un pomeriggio.

Posso avere più sottodomini? Tecnicamente quanti ne vuoi, di solito senza costi aggiuntivi. Attenzione però a non frammentare l’autorità SEO se non c’è un vero motivo.

In sostanza

Se devi registrare un dominio domani per la tua attività: estensione .it se lavori in Italia, nome+cognome (o nome dell’azienda), corto, senza trattini né numeri. Registralo a tuo nome, su un registrar serio, con rinnovo automatico. Sul www decidi tu, c’è chi lo tiene per affetto come me, c’è chi lo toglie per pulizia, va bene tutto basta essere coerenti.

Il dominio è la cosa più stabile del tuo sito. Cambierai hosting, tema, design, magari anche CMS, ma il dominio resterà. Sceglierlo bene la prima volta vuol dire non doverci più pensare per i prossimi vent’anni. E vent’anni passano in fretta.